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di Marina Biglia

Indossare l'obesità

Potessi, ti regalerei 24 ore di obesitá. Ho ripetuto milioni di volte questa frase, perchè ho sempre pensato che gli indiani avessero ragione: prima di giudicare una persona, cammina nei suoi mocassini per tre lune.

 

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Dimagrire per salvarsi la vita

Vivevo sdraiata su un divano. Al di là del lavoro mi alzavo solo per mangiare. Mangiavo sempre. Fino allo sfinimento.
Non avevo cura di me, a volte ai limite dell'igiene.
Ero certa che non sarebbe mai cambiato nulla.
Mentivo. E mai avrei immaginato che la mia malattia sarebbe diventata la mia passione.

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L'obesità è una malattia curabile Roma, Ministero della Salute, 10 novembre

Carissimi,

è con grandissimo piacere che vi annuncio che sono stata invitata a relazionare, in rappresentanza dei pazienti, alla tavola rotonda “L’obesità è una malattia curabile”, presso l’Auditorium del Ministero della Salute a Roma, il giorno 10 novembre, a partire dalle 10.30.

In questa occasione verrà presentato, ad ospiti di spicco quale il Ministro Beatrice Lorenzin, e molti altri, un Position Paper sull’obesità, elaborato, anche, con il mio contribuito, quale presidente di Amici Obesi Onlus.

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Il trio delle cicciottelle siamo NOI

Ho letto quasi tutto il leggibile sulla vicenda uscita ieri, su Il resto del Carlino, che titolava “Il trio delle cicciottelle sfiora il miracolo olimpico”.

Sono passata da diversi stati d’animo: stupore, fastidio, irritazione e disgust. Tutti mescolati. Ma ora ho un paio di considerazioni da esprimere.


 

Alcuni hanno sottolineato che, in fondo, il titolista ha solo affermato la verità: le tre donne sono in sovrappeso. Ma io obietterei con un “se fossero state basse le avrebbe chiamate le tre nane”? E che c’entrava il grasso o la statura o che fossero portatrici di brufoli con l’aver mancato il podio olimpico? Meno di zero. Era quasi, o senza quasi, sottolineare che, se lo avevano perso, era a causa del loro peso.

E da questo pensiero si snoda il fatto che, in un primo momento io mi sia sentita pure un po’ permalosa a prendermela per questo nomignolo, quando nella vita obesa ci si sente apostrofare con termini ben più dispregiativi.

Ma l’evolversi dei fatti, le allucinanti scuse dell’ex direttore del QS Giuseppe Tassi, (sollevato oggi dall’incarico), che sostiene che “l’intento di partenza non era nè derisorio, nè discriminante” mi hanno fatto balzare dalla tastiera.

Perdonatemi: ma qual era l’intento di partenza? Quello di convincere le tre atlete a sottoporsi ad una dieta drastica? Forse facessero sport dimagrirebbero? O l’intento era “creo un titolo scoop che attirerà il pubblico come le mosche”? Che si sa dove si posino prevalentemente le suddette. E ancora: se invece che di tre atlete olimpioniche si fosse parlato di tre compagne di scuola derise dai bulletti di turno? Nessuno lo avrebbe saputo, nessuno lo avrebbe commentato. Se non le tre ragazze offese davanti ad una cioccolata e a molti biscotti. Perchè gli sfottò portano solo ad alimentare il disagio e a concedersi di sfogarsi nel solo modo ricorrente, ammaliante e ristoratore dei mali del mondo: mangiando.

E quindi il sunto di questa squallida storia qual è?

E’ che accettare tutto passivamente, non prendersela perchè tanto qualcuno la battuttella la farà sempre, è aprire la strada a commenti pubblici ben peggiori. E’ aprire le porte ad un razzismo solido e ben piazzato, molto più dei nostri chili.

“Je suis cicciottella” non è orgoglio grasso, non è uno slogan che dichiara che “grasso è bello”, ma sono tre parole che ricordano che, in fondo, siamo tutti obesi, abbiamo tutti delle lacune da alimentare, dei buchi nell’anima, più o meno grandi da riempire, solo che noi veri obesi abbiamo avuto la sfiga di rendere tutto questo molto molto evidente agli occhi del mondo.

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GIORNATA EUROPEA DELL’OBESITÀ - Milano 20 maggio 2016

INCONTRO APERTO ALLA CITTADINANZA IN OCCASIONE DELLA GIORNATA EUROPEA DELL’OBESITÀ

Il prossimo venerdì 20 maggio, in concomitanza con l’European Obesity Day, Amici Obesi Onlus, in collaborazione con SIO (Società Italiana Obesità) e SICOB (Società Italiana Chirurgia dell’Obesità), organizzerà un incontro aperto alla cittadinanza per sensibilizzare l’opinione pubblica e i media sul tema dell’obesità.

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Mostra fotografica itinerante CORPI SCOMODI

 

Mostra Fotografica Itinerante

CORPI SCOMODI

Immagini di Rosa Gattuso

TORINO 12 dicembre 2015

Auditorium BPN   Piazza San Carlo 196

Ore 10.00 - 15.00


L’obesità tende a nascondersi, a coprirsi, per sfuggire all’occhio pietoso o ipercritico del mondo. Chi ne soffre cerca di rendersi invisibile, di camuffarsi con abiti informi, di proteggersi dallo specchio che riflette l’immagine di un corpo che non gli appartiene.

Le donne fotografate in questa mostra lanciano una sfida, mostrando corpi scomodi, corpi deturpati dalla malattia, corpi eccessivi, o corpi svuotati, ma anche corpi che vogliono tornare a vivere. E lo fanno sfidando le loro paure, come quella dell’obiettivo fotografico. Mostrandosi per come sono.

Spezziamo il silenzio: l’obesità è una malattia, ma è una malattia curabile.

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La guerra di ogni giorno

Una donna pronta per andare al lavoro, mattino, cucina.

Ciò che sto per mangiare mi fa paura.

Cerco del latte in frigorifero e lo verso nella grande tazza in cui ho bevuto il caffè.
Al mattino, caffè doppio. Uno non basta. Finisce troppo in fretta.


Il latte è quasi terminato. Ne è rimasto solo un goccio che si è mescolato con il caffè sul fondo della tazza. Caffè freddo con latte freddo. Sensazione di rimasugli e cose finite.
In piedi, accanto al frigorifero, con una mano porto la tazza alla bocca, con l’altra ravvio i capelli. Il nuovo taglio rende meno evidente il viso tondo. Il tailleur blu mimetizza i fianchi.

Due dita di latte non sono sufficienti per una colazione. Stamattina, pensavo ad una tazza di latte e un biscotto. Solo uno, perché è ricoperto di granella di zucchero.
Non c’è yogurt in casa, non c’è pane, non ci sono fette biscottate. Ho dimenticato di comprare qualcosa per questa mattina. Dovrei aver ancora un succo di frutta.

Lo cerco nella dispensa, mi siedo a tavola, stacco la cannuccia di plastica dalla confezione squadrata, la libero dall’involucro di cellophane e buco con l’estremità tagliata di traverso il piccolo foro chiuso dalla stagnola. Mi muovo con lentezza.

Il drago dorme.

Guardo i colori del piccolo contenitore. Un fascia arancione nella parte superiore, poi uno spazio bianco e caratteri color verde scuro, in basso l’immagine di pesche intere e tagliate.
Mi piace il succo alla pesca, ma in questo momento non lo desidero. Non sarà così dopo che avrò appoggiato la cannuccia sulle labbra e aspirato, mi sembrerà di possedere il cervello di un altro, il cervello del drago.

Ho bevuto un sorso. Non è andata male.
Dopo il caffè amaro, il succo mi sembra puro glucosio.
Potrei finire la colazione con questo sorso, ma devo mangiare per non fare svegliare il drago nervoso e vorace, folle d’ira e di fame.
Si desta in genere all’improvviso, mi scuote con furia e mi trasforma in una marionetta insaziabile.
Mi fa aprire dispense, scongelare pietanze, entrare in una panetteria e spendere troppo in cibo da consumare in pochi minuti. Poi, soddisfatto, si lecca le scaglie, distende i muscoli e si acquieta.
Io resto esausta.

Secondo sorso.
Il drago si muove e sbuffa, ma ancora non solleva la testa. Credo che il succo gli piaccia. Si sta chiedendo se ne vuole ancora e quanto; in genere significa tutto quello che c’è.

Dovremmo essere in grado di controllare quello che accade nella testa. Siamo noi, alla fine.
I sogni, gli incubi, le paure, l’immaginazione, in fondo sono fatti di niente.
Mentre penso, il drago mi dà una zampata sul torace e per un attimo mi manca il respiro. I miei pensieri lo innervosiscono; mi ha fatto male, ma non come quando colpisce la testa o si spinge fino al cuore.

Sollevo di nuovo il contenitore e mi cade una goccia di succo sul dito da un’estremità della cannuccia. Porto il dito alla bocca. Sono pronta alla sconfitta con 200 ml di purea di pesca, acqua, zucchero, sciroppo di glucosio e una manciata di chimica.

A volte mi sembra quasi di poter spostare montagne, e poi salto in aria su un succo di frutta, come su una mina.
La giornata è un percorso di guerra. Posso saltare sul pane, su un biscotto, un pezzo di formaggio, un cucchiaio di cioccolata, un succo di frutta o un cracker. E divorare fino a non sapermi fermare. Fino a che le endorfine entrano in circolo e il drago si addormenta. Ce ne vogliono molte per sedare un drago.

È guerra ogni giorno, più volte al giorno. Faccio parte di un’umanità silenziosa che combatte la morte che viene dall’abbondanza, in mezzo a piccole folle di persone pronte a dare saggi consigli.
«Dai, fa’ uno sforzo», «Alla fine è una questione di volontà», «Ma guarda quanto sei fortunata, invece, molte persone non hanno quello che hai tu», «Guarda quanta gente ti ama, come puoi», «Fallo per me, per lei, per lui», «Come puoi farti questo».

Sorrido e rispondo «Certo» a qualsiasi cosa e passo oltre, penso a scansare la mina successiva, mentre il drago soffia, sghignazza e allarga le ali.
Eppure a guardarlo è bello, con le scaglie luminescenti e le ali spiegate; promana forza e una strana asimmetrica armonia;  sfugge ogni regola, prende ciò che vuole, il mio quotidiano contrappasso:  mi ricorda come potrei essere e non sono.

Clara si alza dal tavolo, raccoglie le sue cose, si chiude la porta di casa alle spalle e si avvia verso la sua giornata. Le resta un sapore dolciastro in bocca. Il drago ha continuato a dormire.

(Paola Giannelli) © riproduzione riservata

https://unaverandapertre.wordpress.com/2015/05/26/la-guerra-di-ogni-giorno/

 
 
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Al rogo gli obesi 2 - Grazie Alessandro Siani

 
Caro Alessandro Siani,

volevo complimentarmi per la tua ottima azione di marketing di ieri, dal palco di Sanremo. La presa in giro del ragazzino obeso, tuo collega cinematografico, e tutto il parlare e sparlare che ne sono derivati sono stati un capolavoro sull’importanza della comunicazione pubblicitaria.


 

Sicuramente, oggi, in diversi ambienti si commenterà il tuo intervento e sarà tutto grasso che cola. Tranne che grasso che cola dagli obesi.

Va bene, era satira, era programmata a tavolino, ma, se mi permetti, dopo l’assurdo episodio di violenza, proprio nella tua Napoli, su un ragazzino obeso, risalente alla fine dello scorso anno, mi pareva ce la saremmo potuta evitare, non credi?

Comunque io penso tu ti sia ampiamente commentato e ridicolizzato da solo, e non ho neppure voglia di proseguire in questo discorso.

Ma mi pongo un altro interrogativo, che mi pare ben più grave. Suppongo che il ragazzino abbia una famiglia, dei genitori. E se penso a mio figlio, tutto avrei desiderato per lui tranne che uno sfottò pubblico, specialmente legato ad una malattia, quale è l’obesità. E mi domando: ma che cosa stanno facendo quei genitori? Stanno condannando il loro figlio ad una vita da grande obeso? E permettono che questo accada in nome del denaro, della presunta fama, a discapito della vita del bambino? Perché, forse tu non lo sai, ma di obesità si muore.

Ma che razza di persone sono? Invece di curare il ragazzino, ne usano la patologia? Eppure tutti inorridiamo al pensiero di bambini storpiati per essere buttati sulle strade a chiedere elemosina.

E non inorridiamo per questo sfruttamento? E ce la prendiamo con un comico come te, sicuramente scivolato in uno spiacevole calo di intelligenza, senza andare alla fonte del problema?

Non so, caro Siani. Io sono un po’ confusa. Ma forse, per quanto altamente meritevoli e degni di stima siano gli ospedali a cui hai devoluto il tuo incasso della serata, forse una parte avresti anche potuto devolverla ad Amici Obesi, www.amiciobesi.it, l’associazione che io presiedo e che da oltre 10 anni si occupa di prevenzione e cura dell’obesità. O forse avresti potuto dedicarci una parte dell’incasso di una tua serata?

Forse, con un gesto come questo, avresti potuto aiutare i genitori del ragazzo a comprendere che non sempre lo spettacolo deve continuare, ma, che, la vita umana è il più grande spettacolo che ci sia.

Soprattutto quella di un figlio.

 
 
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